Kirghizistan 2022 – Giorno #13/14 – Prova di educazione siberiana nelle Alay mountains

Esco dalla tetra CBT guesthouse dopo una colazione sbrigativa e punto verso il Tulpar lake. Sembra proprio che non mi possa sbagliare, devo tirare sostanzialmente dritto per 22/23 km verso quelle immense montagne innevate che risplendono nel primo sole. Confermo l’impressione di ieri sera: è come camminare in un lembo di Patagonia, con la dfferenza che siamo in un altipiano a 3000 metri.

Qualcuno potrebbe annoiarsi dopo un po’, io gongolo; anche perchè per 7 lunghe ore non incontro anima viva a parte un asino e qualche yak. Unica presenza umana un pastore in sella a una Suzuki 450 che sbuca da una duna erbosa, mi attacca un pretenzioso bottone in russo e scompare dietro la duna erbosa successiva.

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Nella yurta sulle sponde del lago alle 18 la temperatura precipita (saremo sui 2-3 gradi). Mi seppellisco sotto le coperte accumulando calore e aspettando che accendano la stufetta, ma è veramente un freddo boia.

Nel dopo cena il tanto agognato fuoco salvifico (alimentato rigorosamante a sterco di vacca) si rivela un’arma a doppio taglio, perchè il termometro schizza verso valori sahariani. Mi sembra di squagliarmi e – complice l’aria rarefatta – la sensazione di soffocamento si fa insostenibile tanto che vorrei quasi scappare all’aperto in barba al polo Nord che furoreggia là fuori. Tampono spogliandomi di ogni strato termico.

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Quando il fuoco si spegne il termometro vira di nuovo in picchiata: rivestizione con strati su strati, coperte pesanti come piombo e dita incrociate sperando che il calore accumulato sia sufficiente per arrivare all’alba.

In qualche modo lo è, alle 7 esco e mi aggrego a un giovane dentista siberiano e a sua moglie per arrivare al Traveller’s Pass (4150). Loro hanno a seguito una guida kirghisa allampanata e muta come un sasso che li scaricherà direttamente a Osh finita l’escursione, e la cosa strepitosa è che si dicono disponibili a portarmi con loro in città: niente nottata aggiuntiva nella yurta, né tanto meno al tetro CBT di Sary Mogol. Non mi pare vero.

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Salire al Traveller’s Pass è facile fino a che non si raggiungono gli ultimi due chilometri, poi la faccenda diventa duretta perchè a ridosso dei 4000 ci si ineripica sul passo con una pendenza tutt’altro che dolce su terreno non sempre compatto. Ma è anche la parte più appagante: si cammina tra montagne striate di verde e rosso, fino a svalicare per incontrare il candore dei ghiacciai (che devo dire almeno qui reggono alla grande). Siamo a 4150 metri sul livello del mare, il Lenin Peak (7134) è ben visibile.

Durante l’ultimo chilometro siamo io, il dentista, la guida muta. La moglie del dentista si è inchiodata in un punto esposto – ha paura del vuoto, mi spiega il marito – ma lui di aspettarla manco a parlarne. Un uomo tutto di un pezzo, forgiato da chissà quante generazioni di purissimo rigore siberiano. Poi però lei urla che ha sete.

Lui mi guarda, si gira e muove verso di lei per portarle dell’acqua: forse questo rigore siberiano è tutta una vile messinscena. No, si ferma dopo pohi passi, lascia una bottiglietta per terra e le indica il posto. Troverai l’acqua qui, se ci arrivi.

Arriverà al passo una mezz’oretta dopo di noi, senza aver nulla da ridire, con un sorriso a trentadue denti solo parzialmente minato dall’orrendo apparecchio che suppongo le avrà piazzato in bocca il marito senza anestesia.

E sta a vedere che la Siberia è come Roma… mi piace, ma non ci vivrei.

 

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Daniele ERMES Galassi

Zaino in spalla, mani sul volante, casco in testa: vale tutto. Andale!

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