Balcani 2018 – #9 – Grecia – Zagoria, Zagori o Zagorohoria che dir si voglia

La Zagoria, altrimenti detta Zagori, se ti vuoi complicare la vita la puoi chiamare anche Zagorohoria.

Anche se ogni volta non sai quale nome usare, è una regione dell’Epiro che pare fatta per scorrazzarci le moto.

Anche con le auto, certo, ma vuoi mettere sulle due ruote? Con quelle mastodontiche formazioni rocciose e gli scorci del Vikos canyon che ti si dischiudono dopo una curva, coi villaggetti in pietra collegati da tutte queste stradine strette e impervie.

La cosa inspiegabile è che avrò visto sì e no dieci moto in tutto.

 

E il trekking? A stufo. Si può camminare da un villaggio all’altro passando dentro al canyon, seguendo tracciati stretti a volte tra le pareti quasi verticali, a volte sottobosco, altre volte ancora a mezzacosta.

Io ho scelto il percorso tra Monodendri e Vikos: praticamente deserto pure quello. E siamo nella settimana centrale di ferragosto.

 

Alcuni punti di osservazione del Vikos canyon sono da infarto. Quelli di Oxya e Belòi ti mettono praticamente a strapiombo (e senza protezioni) su questa immensa ferita della terra, con angoli di visuale simili a quelli di Toroweep, il view point più remoto e privilegiato del Grand Canyon. Ma a differenza dell’Arizona, dove è l’ocra a dominare, qui è tutto verde, verdissimo, col letto del fiume in secca ben visibile a fondo valle.

 

Di giorno da queste parti puoi fare un po’ di tutto, rafting compreso. La sera invece meglio non avere grandi aspettative: i villaggi per quanto graziosi non sono esattamente Rio durante il Carnevale, anzi risultano abbastanza bui e smorti, appisolati in un’atmosfera dimessa e ovattata. E la parlata robotica del titolare della mia guest house non è che abbia aggiunto effervescenza alle due serate passate a Monodendri.

I ristoranti non mancano, ma offrono tutti la stessa roba: agnello, maiale, pollo e manzo. Più la solita feta, la solita insalata greca e le solite olive. Non è manco malaccio, ma ci si annoia presto. Il vino invece meglio lasciarlo stare lì dove sta: mediamente è una sbobba densa, opaca e granulosa. Imbevibile. Il titolare, sosia sputato di Nick Cave, si deve essere accorto che la sola vista di quel quartino mi ripugnava:

– Ti fa schifo, vero?
– Sì.
– Porto birra?
– Sì, Nick, porta birra.

Si fa perdonare Nick con un dolcetto della casa offerto a fine pasto, una consuetudine da quel che ho capito. Ristorazione a parte, sarebbe da starci almeno tre giorni tra queste montagne. Invece io domani imbocco la strada del ritorno passando per Ioannina che comunque pare offrire diverse cosucce.

Poi mi aspetta il tragico traghetto da Igoumenitsa col solito aristocratico passaggio ponte di almeno 16 ore. Magari tra una scazzottata e l’altra per un lembo di pavimento ci inizio a scrivere una mini guida sulla Zagoria, Zagori o Zagorohoria che dir si voglia. Nel caso vi faccio sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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