Colombia 2019 – Giorno #2/3 – Trekking coi miracolati a Monguì

Sono a Monguì, pueblo andino abbarbicato a quasi 3000 metri nel Boyacà, regione a nord di Bogotà. Ieri, dopo una notte tribolata, sono arrivato qui dalla capitale e ho fatto una sgambatina fino a 3300 per vedere se il fisico reggeva. Reggeva.

Adesso sono seduto su una roccia a 3865 metri sul Paramo de Oceta in compagnia del giovane Orlando (guida purtroppo obbligatoria che ci ha sottoposto a una grottesca sessione di stretching colombiano secondo lui propedeutica all’escursione) e tre crucchi: una coppia di mezz’età di Amburgo e una ventiseienne di Friburgo, tale Verena.

Dopo avere spiegato a Verena che nella sua città è ambientato Suspiria, comincio a nutrire nei suoi confronti del giustificatissimo livore: non perché non conosce il capolavoro di Dario Argento, ma perché la ragazza dichiara un’occupazione (definita vagamente come ‘scientifica’) che le permette di lavorare due mesi, staccare per un mese, riprendere per altri due mesi e così via.

Mentre lo racconta le brillano gli occhi alla miracolata crucca, e io penso che quello che mi distrugge non è tanto che tra venti giorni dovrò tornare in ufficio a discutere coi cinesi di chitarre trattando sui centesimi di dollaro come a un bazar turco, quanto piuttosto che mi toccherà aspettare un altro anno (12 mesi) per un viaggio di questo tipo. Solo scriverlo mi getta in un profondo stato di prostrazione che apre a una serie di domande in realtà pendenti da anni.

Ma i veri miracolati della combriccola sono indiscutibilmente gli altri due crucchi. Loro viaggiano per un anno. Fanno i professori alle superiori e si sono presi l’annetto sabbatico.

E fin qui niente di nuovo, troppi ne ho incontrati. Giusto una sana invidia, niente più di un sincero beati voi ragazzi.

Solo che poi lui, Mark, finisce col cagare fuori dalla tazza confessandomi un po’ imbarazzato che loro due, in base all’attuale legislazione tedesca della loro regione, possono chiedere e ottenere un anno sabbatico ogni quattro anni di servizio…ed è già il terzo che si intascano. Addirittura mi confessa che già programma il quarto, forse in solitaria. Rileggete la frase.

Esatto: questi signori così sorridenti e rilassati (e grazie al cazzo che se la ridono) negli ultimi dodici anni hanno preso quattro sabbatici di un anno ognuno. Totale anni quattro in giro per il mondo con la sicurezza di ritrovare ogni volta il posto di lavoro lì dove l’avevano piantato.

‘Si, quattro anni sono un periodo ideale per il lavoro, poi la testa ha bisogno di staccare, di trovare nuovi stimoli o la produttività crollaun anno di viaggio ti ricarica, poi riparti alla grande…lavorare tutta la vita senza fermarsi fino a 70 anni? Che follia!’

É qui che inizia a girarmi la testa, sul principio penso che magari sarà il soroche (vedi puntata precedente), ma poi provo l’istinto di ucciderlo con le mie stesse mani e gettarlo da quei maledetti 3865 metri e quindi mi sa che no, non è il mal d’altura. È proprio che lo voglio morto. Poi toccherà a frau Karla, quell’altra miracolata della compagna che qualsiasi paese nomini c’è ovviamente già stata.

La verità è che loro non fanno bene, fanno benissimo a prendersi i sabbatici e a vedere tutto quello che noi poveri criceti nella ruota non vedremo mai.

La verità è che ce l’ho con me, somaro da gara, che non ho capito in tempo che bisognava sì studiare, ma per entrare nel pubblico e poi giù di aspettative, sabbatici, parte time verticali, congedi e tutte quelle altre diavolerie che ogni viaggiatore seriale sogna un giorno sì e l’altro pure. E non è questione di essere lavativi: è questione che mi piacerebbe un mondo dover poter scegliere di lavorare meno guadagnando meno. Mentre l’alternativa è nella stragrande maggioranza dei casi tra tutto o niente.

Maledetti crucchi miracolati, io vi detesto. Ma solo perché mi avete ricordato quanto sono stato tonto a non capire come funzionava la faccenda.

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