Colombia 2019 – Giorno #7/8/9/10 – Ciudad Perdida: trekking, rischio diabete e Cavalierato del Lavoro

Quando credete che il vostro sia un lavoro duro, o che lavorate troppo, o che dovreste essere insigniti di un Cavalierato del Lavoro, pensare a Bryan ridimensionerà per certo i vostri slanci.

Bryan è stata una delle due guide colombiane per questo trekking: quattro giorni e tre notti nella foresta tropicale della Sierra Santa Marta alla volta della Ciudad Perdida, centro cerimoniale della cultura Tayrona. Totale 56 km circa di discesone logorarotule alternate a salite assassine in un ambiente umido come una vasca da bagno, con temperature costantemente oltre i 30.

La routine giornaliera prevedeva 8 ore di sgambata, qualche guado, bagni rinfrescanti in fiumi gelidi durante le soste, cene all’ora del tè.

La maggior parte di noi si ritirava sfinita nel proprio cubicolo verso le 8 di sera, protetto da una zanzariera che pregavi non fosse bucata ma che di solito lo era.

Io setacciavio e rattoppavo con dei banali cerotti e poi mi addormentavo cullato dai rumori della giungla, un delizioso e bilanciatissimo ensemble di rane, uccelli notturni e scorrere d’acqua. Da campionare per spararselo in cuffia una volta tornati nell’inferno sonoro condominiale.

Dopo qualche ora di sonno la mano possente di Bryan sbatteva sul telaio in legno del tuo letto a castello e quella era la sveglia, con l’orologio che segnava le 4.30 o 5 a seconda della tappa.

Seguiva il silenzioso assalto ai bagni, la copiosa colazione nelle tenebre e la sprintosa partenza entro un’ora dalla levataccia. E quando dico sprintosa intendo sprintosa, Bryan è uno dalla falcata poderosa e toccava stargli dietro. Chiudeva la fila Nicolas, la paffuta e guida principale che Bryan, ben più alto e corpulento, chiamava Winnie the Pooh.

Al risveglio la parola d’ordine sembrava essere corretta igiene orale. Orde di zombie uscivano dai loro loculi già con lo spazzolino in mano e la frontale in testa per ammassarsi ai piccoli lavabi. E a quel punto oltre alle rane, agli uccelli e al fiume si odeva un ostinato sfregare intervallato a sputi.

Non so voi ma io la mattina prima penso a mingere, i denti me li lavo dopo colazione, anche perché il caffèlatte su sapore mentolato fa tanto primo Fantozzi.

Bene, Bryan non solo ha fatto tutto questo per tre cicli consecutivi, ossia dodici giorni senza staccare mai.

Bryan, al di là dei non trascurabili 170km sul groppone, traduceva nel suo inglese un po’ raffazzonato quello che spiegava in spagnolo Winnie the Pooh, si premurava che tutti rispettassero i tempi, gestiva i rifornimenti ai pit stop tagliando cocomeri, serviva a tavola come il più indefesso dei camerieri barcamenandosi tra vegetariani, vegani, intolleranti/allergici. Come se non bastasse, povero Bryan, c’era pure uno che mangiava pesce ma non carne per motivi religiosi. Tanti piccoli aspiranti Indiana Jones con le proprie imprescindibili esigenze alimentari insomma. Roba da manicomio, ma Bryan non ha fatto una piega.

Manco Nicolas, ma almeno lui intervallava con un lavoro nella sua fattoria di famiglia, mentre il nostro Bryan zitto a scarpinare nella selva per giorni e giorni senza soluzione di continuità.

E poi via all’alba i primi a svegliarsi, la sera gli ultimi a coricarsi, sempre attenti e sempre sorridenti, a prendersi in giro a vicenda come due cabarettisti. C’era del mestiere, qualche sketch sarà stato riciclato non siamo mica così ingenui, ma sicuramente c’era pure tanta passione. Eccoli in azione:

Se proprio devo trovarla, una pecca nella gestione del gruppo c’è stata: ogni volta che ci rimettevamo in marcia uno dei due urlava:

Vamos a la playa!

Con l’ovvio effetto collaterale che ho camminato quattro giorni con la canzone dei Righeira in testa.

Il mio gruppo era corposo, 14 elementi piuttosto giovani provenienti da Olanda, UK, Irlanda, Austria, Israele, oltre a me, unico esponente del Belpaese. Un bel gruppo, gente sveglia, quasi tutti buoni camminatori.

Unica medaglia al disonore va recapitata dritta per dritta alla coppietta smielata irlandese: sempre appiccicati, li sentivi scambiarsi vezzeggiativi con vocine zuccherose nel loro incomprensibile idioma, fino ad arrivare a offrire l’osceno spettacolo di un trekking nella giungla mano nella mano. Cercavo di distanziarmene ogni volta che potevo, perché se ti capitava la disgrazia di averli vicini sembrava di stare in un videoclip di Bollywood, di quelli dove l’amore regna sovrano e c’è spazio solo per fiori, uccellini, prati e castità. E io che bramavo il selvaggio.

In realtà temo abbiamo fatto anche di peggio, consumando una controllata copula proprio sopra la mia testa. Se non altro adesso il rischio di diabete ha un volto, anzi due.

Ma insomma vale la pena tutta sta sbatta e tutto questo esborso? Questione complessa, ho deciso che gli dedicherò un articolo a parte anche perché scrivo da un bus con appena tre ore di sonno all’attivo e mi sta salendo la nausea.

Per ora dico che il trekking alla Ciudad Perdida è la classica cosa che andava fatta, sei contentissimo di averla fatta ma che no, non la rifaresti mai.

1 Comment

Rispondi

Follow

Segui su Wordpress

ItalianoEnglishFrançaisDeutschEspañolPortuguêsРусский简体中文
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: