Messico 2018 – giorno #20 – Chihuahua – Cowboy tricologicamente performanti e relativamente progressisti

Bisogna venirci a Chihuahua. Lo so, è considerata pericolosa e ha un nome che a scriverlo finisce sempre che ti incarti tra tutte quelle h, ma Chihuahua è la quintessenza di un altro Messico: il Messico del nord.

Partiamo dall’aria di frontiera che si respira: cappelli bianchi da cowboy trapuntano la piazza, stivali dalle finiture inimmaginabili debordano dalle vetrine delle tiendas, lustrascarpe in fervida attività ci danno di spazzola e lucido mentre bandas musicano la scena con fisarmoniche indiavolate agli angoli delle strade.

Bello il colpo d’occhio, davvero, ma dopo l’ascetismo austero e forzato del Copper Canyon ho voglia di movida locale, quindi mi butto in una cantina. Cioè un posto con un lungo bancone più o meno circolare dove si tracanna di tutto. Solitamente le cantinas sono luoghi molto macho, ma questa deve avere un afflato progressista, perché c’è pure qualche femmina.

L’ambiente è proprio come te l’aspetti, coi baristi indaffarati a servire come macchine bevute su bevute mentre un trio, incastrato in un angolo, suona grandi classici messicani. Poi la faccenda si complica. Spunta un altro trio e si mette a suonare all’angolo opposto, dedicando altri grandi classici nazionali a un tavolo evidentemente votato all’amore saffico. Questa cantina si fa sempre più progressista. Suonano in contemporanea, i due gruppi, creando un mix degno del peggior dj della peggior festa delle medie. Poi realizzano che forse è meglio alternarsi. Un pezzo a banda e buona lì.

Poi ci sono i geni assoluti, tipo quello che si incarta di soppiatto le sementi e se le intasca furtivo per portarsele a casa. Comunque saranno i mezcal, ma devo essermi integrato bene, perché un fulminato mi chiede se lavoro nella cantina, nonostante non abbia certo il dress code di Chihuahua. Che prevede: camicia grifata, jeans assicurati da cinturone con borchia, stivali tamarri in pelle e naturalmente cappello bianco a tesa larga.

Ma è dopo tre bicchieri di vino e verso il quarto mezcal che realizzo una cosa che mi lascia di sasso: gli abitanti di Chihuahua sono incredibilmente performanti sotto il profilo tricologico. Mai vista una cosa del genere: non una stempiatura, non un principio di chierica, non un diradamento. Qui l’alopecia è bandita, la calvizie è uno scenario non contemplato. Le attaccature fanno impressione, praticamente un tutt’uno con le sopracciglia, a tutte le età. Devo berci sopra, serve un altro mezcal.

Mi agganciano due messicane, si dichiarano separate, è ovvio dicono, altrimenti non potrebbero essere qui. Progressisti sì, ma fino a un certo punto qui a Chihuahua. Insistono per portarmi di peso in un altro posto perché qui se cerra a mezzanotte. Ok ma mi ci vuole un altro cicchetto di mezcal per sintonizzarmi con l’idea di cambiare ambiente. Mi caricano in macchina. Sequestrato. Arriviamo all’altro locale, meno folklore, ragazze più giovani e molto più in tiro, musica latina di merda. A peggiorare arrivano di default sei birre in una cesta con ghiaccio. Ne bevo due. Poi la bionda si allarma: stanno arrivando persone pericolose, dice. Gente que matan, testuale.

Molto bene. Per me può bastare e grazie per le birre. Portatemi a casa voi però perché io, oltre a vederci ormai doppio, non ho la minima idea di dove cazzo mi trovi e ora come ora ho scarsa dimestichezza con le sparatorie.

Que viva Mexico del norte!

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