Myanmar: coi Moustache Brothers a parlare male del regime

Ricordo di una serata a Mandalay, Myanmar, nel garage del gruppo teatrale che ha sempre avuto il coraggio di fare satira contro un regime sanguinario. Signore e signori, i Moustache Brothers. Dalla Birmania con furore.

Correva l’anno 2006 e stavo percorrendo con estrema difficoltà le strade del Myanmar (o Birmania), tra polvere e fango. L’asfalto era un lusso per la maggior parte delle rotte. Il paese era ancora ingabbiato in una ferrea dittatura militare che teneva sotto arresto Aung San Suu Kyi, la principale leader dell’opposizione. Non che oggi il Myanmar sia un paese libero, ma a quel tempo la situazione era davvero cupa. Non a caso poco dopo sarebbe scoppiata la Rivoluzione zafferano, la rivolta dei monaci soffocata a colpi di mazzate. Ma si può sfasciare la testa a dei monaci buddisti che per definizione sono l’incarnazione della non violenza? In Birmania sì, si poteva.

Viaggiare mi risultava tremendamente complicato e frustrante: i collegamenti erano sporadici, non si sapeva quando un bus sarebbe partito, né tanto meno quando (e se) sarebbe arrivato. Di solito quegli scassatissimi furgoncini cigolanti e senza porte ti lasciavano per strada a breve distanza dall’arrivo, beffardi e sadici come come una che si ricorda sul più bello di aver fatto voto di castità. Internet era praticamente inesistente e telefonare in Europa oltre a essere laborioso costava un rene: 5 dollari al minuto.

Tutto era difficile nel 2006 in Birmania, quasi troppo per un viaggiatore solitario alle prime armi.

A Mandalay ci ero comunque arrivato. Con un viaggio che sulla carta sarebbe dovuto durare 6-8 ore ma che pio ne durò 12 e mezzo, con cambio di mezzo in corsa (causa immancabile guasto). Gran parte di quel trasbordo l’avevo fatto seduto su un sacco di patate tra una vecchietta sdentata che mi guardava sghignazzante, un grappolo di bambini chiassosi e un galeotto scortato in manette dalle forze dell’ordine. Mica male.

C’erano parecchie cose da fare a Mandalay: una di queste era partecipare a uno spettacolo dei Moustache Brothers.

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I Moustache Brothers sono un gruppo teatrale-comico-satirico capitanato da tre birmani doc: UPar Par Lay, U Lu Zaw e U Lu Maw. Il loro show rientra nella tradizione del A-nyeint pwe, un cocktail frizzante a base di teatro, danza, musica e satira.

I Moustache Brothers non fanno comicità all’acqua di rose: non sono Brignano che parla del traffico di Roma, nossignore, i Moustache Brothers fanno satira sulla dittatura che dal 1962 strangola il loro paese, una giunta militare che come tutti i regimi offre spunti satirici infiniti vista la grottesca goffaggine con cui si barcamena su certi crinali.

I Moustache Brothers hanno pagato care tutte le loro intemperanze. Nel 1990 il governo servì ai nostri un piccolo antipasto, mettendo al gabbio UPar Par Lay giusto per 6 mesi a causa di una battutina poco gradita. Il pasto completo arrivò nel 1996: durante uno show presso la casa di Aung San Suu Kyi, gli incontenibili UPar Par Lay e U Lu Zaw furono arrestati per aver osato criticare il regime ancora più apertamente. Per giunta a casa della principale nemica politica. Davvero impenitenti e sfacciati.

Scontarono 6 anni ai lavori forzati riuscendo a scampare all’ultimo anno di condanna grazie a una mobilitazione internazionale. Non solo: ottennero di poter continuare coi loro spettacoli satirici a due condizioni ben precise. Primo: gli spettacoli dovevano aver luogo solo ed esclusivamente tra le loro mura domestiche. Secondo: agli spettacoli sarebbero stati ammessi solo turisti stranieri.

E questo ci riporta direttamente al racconto di quella sera di ottobre 2006.

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La serata è umida da far schifo, e quando mai in Myanmar? Mi sono appena concesso una cena decente che non sia il solito riso in bianco con vegetali, pietra angolare su cui si erige la famigerata Burmese cuisine. Salgo su un bici taxi: destinazione casa dei Moustache Brothers. Breve corsa ed eccomi li, un po’ titubante. Entro timidamente e trovo una dozzina di sedie disposte a semicerchio in un piccolo salone. No, guardandolo meglio sembra più un garage. No, no, è proprio un garage.

Prendo posto in mezzo ad altri turisti, l’atmosfera è distesa con spiccata presenza teutonica. Le pareti sono addobbate con decine e decine di marionette birmane, raffiguranti divinità, spiriti e vattelapesca. Qua e là sbucano cartelli con parole chiave che verranno contestualizzate nel corso dello spettacolo. E poi luci, lucette, statuine, pupazzi, cianfrusaglie colorate, oggetti in legno. E’ il genere di ambiente dove un maniaco dell’ordine potrebbe partire di testa, io che invece ho abbracciato serenamente la visione di universo dominato dall’entropia mi sento proprio a casa.

Sono molto vicino alla porta: proprio mentre realizzo che se dovessero irrompere le milizie a mitra spianati sarei il primo a soccombere ecco che entra in scena U Lu Maw. Si capisce subito che il mattatore della serata sarà lui e che la formula sarà quella dell’interazione col pubblico tramite un inglese rivisitato che già fa ridere di suo.

Ho il pizzetto lungo tenuto a bada da un laccio per capelli: tanto basta perché U Lu Zaw decida che io sia Johnny Depp e lui Bruce Willis. Non si discute. Nessuno dei due ci azzecca nulla, naturalmente, ma lui è irremovibile. Non la smetterà per tutta la sera.

E’ davvero un ciclone: parla della Birmania, di come è costretta a vivere la popolazione mentre la giunta militare se la spassa, racconta la sua storia, i lavori forzati, quando nomina Aung abbassa la voce e fa la faccetta maliziosa…è evidente che sa quel che fa.

Coi generali birmani sciorina un tatto invidiabile:

Il Myanmar è un paese casto. Certo, a parte che i militari vivono secondo poligamia…e a parte le puttane che loro fanno entrare dalla Thailandia… Ops questo non dovevo dirvelo scusate!

Il Myanmar è un paese povero, l’avrete visto anche voi. Le pietre preziose che entrano sottobanco dalla Cina non contano… Porca vacca pure questa mi è sfuggita!

Lotta alla droga? Ma per favore… avete presente che il Myanmar fa parte del Triangolo d’Oro? Oh cavolo scusate…Oggi non riesco proprio a tenermi un cece in bocca!

Hei Johnny Depp? Tu l’oppio lo hai mai provato? Puoi dirmelo eh! Tu sei Johnny e io Bruce, siamo come fratelli. Puoi fidarti, non sono mica una spia del governo!

Upar Par Lay e U Lu Maw sono comprimari d’eccellenza: spalle rodate per le gag, maestri quando si parla di balletti, travestimenti e messinscene in bilico costante tra il surreale e il grottesco. Proprio quando tutto sembra deragliare lontano dal più vago senso logico, una stoccata ricontestualizza tutto. E naturalmente la stoccata si incunea dritta dritta tra le chiappe del regime.

E’ una vera goduria vedere chi ha passato sei anni della propria vita ai lavori forzati in un carcere per avere parlato male del governo mescolare così disinvoltamente leggerezza e verve creativa proprio nel parlare male del governo.

Myanmar - Moustache Brothers

Attenzione però, è uno dei momenti clou della serata, la gag delle gag: Upar Par Lay e U Lu Maw si allarmano e avvisano U Lu Zaw che i servizi segreti ci stanno spiando. Farfuglia qualcosa sul KGB. Poi si gira come un fulmine, con occhi sgranati, sembra aver avuto un’illuminazione:

Hey Johnny Depp! Quelli del SISMI ti hanno fregato! Dannati servizi segreti italiani, hanno fatto la spia!

No Bruce, ti sbagli. IO sono il SISMI. Io vi ho fregato!

Che cazzo! Siete veramente diabolici voi italiani! Senti, facciamoci una foto e rimettiamo tutto a posto che ne dici? Io sono Bruce tu sei Johnny, siamo come fratelli no?

Segue foto trofeo, chiaramente un numero standard e ultra rodato che però funziona egregiamente sia come chiusura che come doveroso souvenir.

Myanmar - Moustache Brothers

Lo spettacolo finisce, si lasciano le offerte libere e qualcuno compra una maglietta. Io per esempio, cosa che non faccio quasi mai, tanto di solito mi stanno da schifo. Arriva Bruce, ma c’è qualcosa di strano: non è più Bruce. E’ U Lu Zaw. E’ diverso: ha la postura, il tono di voce ma soprattutto gli occhi di uno che in prigione ai lavori forzati c’è stato eccome.

E vuole sapere qualcosa del mondo libero.

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Oggi i Moustache Brothers sono un duo rimasto orfano del fondatore Par Par Lay, morto nell’estate 2013. Si dice a causa di complicazioni ai reni dovute alle condizioni di prigionia. La dittatura birmana si è un po’ allentata, Aung San Suu Kyi è stata liberata, ma i nostri se vogliono continuare a ridicolizzare il regime devono ancora farlo esiliati nel loro garage di casa e per il sollazzo dei soli turisti. Adesso hanno addirittura una pagina FB con poche centinaia di iscritti, anche se dubito sia gestita direttamente da loro.

Se visitate il Myanmar passerete sicuramente per Mandalay. Fate un salto dai Moustache Brothers dite a U Lu Zaw che lo saluta Johnny Depp. Quello al soldo del SISMI, i servizi segreti italiani. Non si ricorderà mai, ma almeno saprà che qualcuno qui si ricorda bene di lui.

PS
Qui trovate pagina FB dell’indomabile compagine, per chi volesse saperne di più consiglio questa pagina in inglese.

PPS
Questo racconto di viaggio non poteva che rientrare nel tag Personaggi e situazioni memorabili. Altri post con protagonisti meritevoli li trovi qui. Ce ne sono a iosa!

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