Balcani 2018 – #1 – Croazia/Bosnia – Sarajevo: questioni storiche e facezie

Dei tragici traghetti che solcano l’Adriatico verso l’Albania avevo parlato in questo racconto dello scorso anno. Ebbene mi ero dimenticato di come quelli che salpano per la Croazia fossero un altro mondo: puliti, ordinati, silenziosi, addirittura puntualissimi.

A guardare bene anche il pubblico è diverso: poche moto, più famigliole in vacanza e backpackers che altro. Già li vedo sgomitare per un lembo di spiaggia e bestemmiare i loro santi per le vie intasate di Spalato.

Io invece ho un altro piano: lasciarmi le folle alle spalle infilandomi per i monti della Bosnia fino a Sarajevo.

Bella Sarajevo. E bella la strada che ci arriva da Spalato, attraverso vallate acchittate di un verde fin troppo arzillo per essere metà agosto. Più che altro pittoresco invece il confine Croazia/Bosnia col tizio che immancabilmente tenta di imbastire una discussione in serbo croato anche se io di serbo croato so solo:

  • contare fino a 5
  • dire semaforo
  • dire foto
  • dire moto

Quindi mentre lui blatera come un treno io me ne esco randomicamente con un antemico ‘motora!’, perchè mi pare la cosa più attinente. Ma tanto basta per farlo contento e sorridente.

Tutti a dire male degli slavi ma io ci vado d’accordo.

Sarajevo è un concentrato. In ogni senso. È tutto lì, ammassato eppure intelleggibile. Mai vista una città che offre così tanto in così poco.

I libri di storia si sono ingrossati di parecchie pagine grazie a Sarajevo: ve lo ricorderete come è cominciata la Grande Guerra. Con uno che pianta un po’ di piombo sulla persona sbagliata su un ponte di Sarajevo.

I minareti, i bazar, le moschee, i narghilè, le donne ninja coi burqa più integrali mai visti. Gli incensi, gli ori, i cevapi, i semitoni della musica araba: c’è davvero un altro mondo appena al di qua dell’Adriatico che investe tutti i sensi senza tanti preliminari.

Sincretismo religioso e culturale talmente spinto e compresso che se esci da una moschea a passo troppo spedito ti ritrovi dentro una chiesa ortodossa scalzo. Attenzione al percorso inverso che vi vedrebbe entrare con le scarpe in moschea.

E non c’è niente di nuovo che io possa dirvi su Sarajevo che non sia già stato detto molto meglio. Al limite posso farvi venire voglia di farci un salto.

Però dopo un giro per le viuzze della Bascarsija, dopo il ‘tunnel della salvezza’ che gli abitanti di Sarajevo usavano sotto l’assedio serbo, dopo la mostra agghiacciante sul genocidio di Srebrenica, ebbene ne avrei di domande. Come sempre ne ho ogni volta che bazzico i Balcani.

Quelle più complesse le lascio agli storici, anche perché se c’è una storia incasinata all’inverosimile è proprio quella dei Balcani.

Io mi limito a facezie del tipo: è più molesta una chiesa che ti mortifica alle 7 di mattina con le campane oppure un minareto con l’Imam di turno che attacca col Corano all’alba?

Domani magari avrò un’idea più precisa, perché sto per addormentarmi esattamente in mezzo.

Ps
Non ho fatto manco una foto, tranne questa inconcludente a un semaforo. Però posso sfoggiare il mio serbo croato mettendo la didascalia fota semafori!

Sarajevo: fota semafori!

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